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Vent’anni dopo, Il Diavolo veste Prada non parla più solo di moda. Parla di talento, pressione e di tutto quello che accettiamo di perdere pur di restare rilevanti.

Questa riflessione scaturisce dalla visione del sequel del cult “Il Diavolo veste Prada”, tutti ne parlano, tutti criticano le evoluzioni dei personaggi ma nessuno sembra soffermarsi su qualcosa che per noi è evidente: non è più solo un film sulla moda. Sembra un controsenso, ma 20 anni dopo, questa è la storia di quello che succede quando chiamiamo "talento" la capacità di reggere l'urto di un mondo che non ti aspetta più.

Il film ci dice che il modello del "resistere a ogni costo" non è un errore che subiamo ma il prezzo che accettiamo di pagare per restare rilevanti. Miranda che vede vacillare il suo impero davanti a un mondo digitale che non perdona, Emily che da assistente è diventata una rivale di potere spietata e vendicativa e Andy che ritorna alle origini pur sapendo benissimo quanto le costerà cercare di restare integra e mantenere il suo equilibrio.

I loro personaggi sono estremizzazioni di situazioni realistiche e hanno lo scopo di porre attenzione sulle problematiche legate al ruolo e alle sue conseguenze ma diciamoci la verità: quante volte si vedono queste scene in ufficio o nelle call? Anche se non ci viene espressamente chiesto di essere perfetti a parole, non significa che non accada in modo più sottile.

Quando il burnout diventa abitudine?

Premiamo chi risponde alle mail a mezzanotte, chi non dice mai di no, chi nasconde la fatica dietro un "è tutto ok, sono solo un po’ stanco" e tutto questo viene etichettato come ambizione e senso del dovere, l’impatto che tutto questo ha su di noi è innegabile, bisogna solo prenderne coscienza e sapere che cambiare le cose non è facile, ma è possibile.

Il film ci dice che il modello del "resistere a ogni costo" non è un errore che subiamo ma il prezzo che accettiamo di pagare per restare rilevanti, e se ci fermiamo un attimo a riflettere, ci rendiamo conto che stiamo accumulando quello che definirei un "Debito di Libertà" verso noi stessi.

É un errore quotidiano, viviamo la quotidianità senza farci le domande giuste, senza valutare l’impatto che le nostre scelte hanno su di noi, ma le strutture all’interno delle quali noi viviamo sono frutto di processi che noi stessi mettiamo in atto e alimentiamo.

Perché "fare finta di niente" non è una strategia con alcuni esempi concreti di chi viene qui ogni giorno

Se vivi sempre in emergenza, smetti di pensare bene, produci, ma perdi lucidità, scegliere un ritmo diverso non è un lusso, ma una mossa competitiva per proteggere l'asset più prezioso di una azienda: l’energia mentale delle persone che ci lavorano.

Ecco cosa ho imparato osservando i team che ospitiamo qui a Gran Canaria:

Lavorare tanto non significa produrre valore. Un'azienda sana non è quella che ti chiede poco, ma quella che ti mette in condizione di dare il massimo senza esaurirti. Se non scegli cosa è davvero importante, finisci per pretendere che tutto sia perfetto. E sappiamo come va a finire: la qualità sparisce sotto l'urgenza.

Avere chiaro il "perché" facciamo le cose è un atto di pragmatismo. Spesso ai team non manca la competenza, manca lo spazio per rimettere ordine. Cambiare contesto serve a togliere il rumore e ricordarti che sei una persona, non una macchina da esecuzione. Almeno questo è quello che è accaduto a Marcus, (titolo), in una grossa multinazionale aerea, quando il suo responsabile l’ha complimentato per la sua produttività aumentata durante la sua permanenza qui in coworking.

La sicurezza psicologica batte l'eroismo, e questo si evince dal Progetto Aristotele di Google che spiega bene il tema della sicurezza psicologica, i team migliori, e di conseguenza più produttivi sono quelli dove puoi dire: "Oggi faccio fatica per una ragione x". Quando un leader accoglie questa vulnerabilità, la pressione diminuisce e, paradossalmente, la velocità di consegna migliora. Perché non sprechi più energia a fingere di essere una macchina.


Smettere di apparire per iniziare a essere, restituire una direzione chiara alle persone non è un premio: è un investimento. È solo quando smettiamo di fingere di essere infallibili che iniziamo a produrre quel valore unico che nemmeno l'AI potrà mai generare.


I 3 step per testare lo stato del proprio team 

  1. Elimina il caos: Parla col team, trova un processo che non produce valore ma solo stanchezza e fermalo subito.
    È la burocrazia? Come viene dato il feedback? I processi attivi sono davvero interiorizzati o solo eseguiti? Loro lo sanno.

  2. Individua il peso: Chiedi al team perché è "sempre tutto urgente", lo è davvero? Perchè si sentono così? Cosa è davvero urgente?

  3. Scegli cosa conta: Chiarisci cosa è davvero importante per il prossimo mese, e cosa no, e rivedi il tuo planning mensile.
    Le priorità sono chiare? Sono comunicate bene o vengono date per scontate?

La domanda quindi per noi leader non è più quanto possiamo spingere, ma come possiamo crescere senza consumare il talento lungo la strada.


Ma un progetto deve quindi partire sano o può aggiustarsi in corsa?
La verità è che dipende tutto dalla precisione con cui comunichiamo. Il burnout si cura abbandonando i giudizi vaghi per abbracciare l'onestà dei fatti. Dire “fai del tuo meglio” non è un incoraggiamento, generiamo immediatamente stress e stanchezza perché il proprio meglio non ha un limite, mentre analizzare un dato preciso unisce il team verso una soluzione (concordiamo invece il risultato atteso e il timebox).

Allo stesso modo, dire di sì a tutti i costi per accontentare il cliente è un boomerang che pagherai caro, il lavoro si accumula male generando stress e frustrazioni ed il cliente riceverà un lavoro di scarsa qualità.

Questo accade perché l'ambiguità logora la fiducia, mentre il dato oggettivo blocca subito il conflitto e permette di agire sulla causa del problema e non sulla colpa individuale. È una dinamica che attraversa ogni livello: definisce la qualità della leadership, la solidità del team e la trasparenza verso il cliente.

Trovo realistico quindi affermare che la precisione linguistica è l'arma segreta per costruire quella sicurezza psicologica di cui parlavamo: quando la parola diventa un dato certo, la fiducia e le performance di tutti aumenteranno su tutti i livelli.

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